📌📌📌INFORMAZIONE IMPORTANTE 📌📌📌

Il nostro indirizzo email coopgra@tin.it, a breve non sarà più attivo.

Potete già inoltrare le vostre mail ai nuovi indirizzi di posta elettronica:

info@ilgranelloonlus.it (generale)

direzione@ilgranelloonlus.it (Toffolon Mariarosa)

residenziale@ilgranelloonlus.it (Dott.ssa Amarù Lisa)

semiresidenziale@ilgranelloonlus.it (Dott.ssa Trevisanut Rachele)

Per la segreteria amministrativa:

amministrazionegranello@gmail.com (Roberta Brustio)

La email dei laboratori rimane invariata.

OBBLIGHI INFORMATIVI IN MERITO ALLE EROGAZIONI PUBBLICHE PERCEPITE NEL 2021

In base a quanto previsto dall’art. 1, comma 125 della L.124 del 4 agosto 2017, si dettaglia quanto ricevuto sotto forma di sovvenzioni, contributi, incarichi retribuiti e comunque vantaggi economici dalle pubbliche amministrazioni e dalle società controllate da pubbliche amministrazioni.

19.05.2021 €. 4.788,33 contributo deliberato da ASFO Pordenone

30.07.2021 €. 37.920,28 Regione Friuli Venzia Giulia saldo contrib. di cui alla LR 22/2020 art 8 come deliberato dal DGR 419/2021

15.12.2021 €. 2.100,00 Regione contributi politica attiva lavoro Decreto legge 41 del 22.03.2021

22.12.2021 €. 6.000,00
15.12.2021 €. 2.100,00 Regione contributi politica attiva lavoro Decreto legge 41 del
22.03.2021

MARCIA 2022

Dopo due anni di sospensione a causa della pandemia, ieri si è svolta la nostra Marcia…

Un po’ di pioggia ci aveva allarmato ma poi tutto è filato alla grande!

876 iscritti, un gran bel numero!!

Un ringraziamento sentito lo rivolgiamo prima di tutto ai ragazzi del Rotaract San Vito, siete stati straordinari!

Un ringraziamento a tutti i volontari che come sempre ci stanno vicini, al Rotary San Vito, ai vigili volontari del Comune di San Vito al Tagliamento, al Comitato di Rosa, alle Pro Loco di San Vito e Cordovado, ai Comuni che hanno patrocinato l’iniziativa e i tanti e tanti sanvitesi che ci sono sempre!!!

Ai nostri ragazzi fa un gran bene!!!!!

#diversiperchésiamopoesia #camminarefabene #sanvitoaltagliamento

Finalmente torna la “Marcia per il Granello”! Domenica 8 MAGGIO

con partenza libera dalle ore 8.30 alle ore 10.00.

Tre i percorsi disponibili: 5 Km, 12 e 24 Km. La 5 Km è un percorso cittadino, per lunghi tratti in pista ciclabile per cui idonea a carrozzine e passeggini. La 12 e la 24 Km ci offrono l’opportunità invece, di camminare nella natura e poter fare alcuni tratti di camminata tra le bellezze del nostro fiume Tagliamento.

Se non potete presenziare all’iniziativa ma intendete sostenerla, lo potete fare contattandoci allo 0434 876181!

Per l’occasione della Festa della Mamma, durante la Marcia sarà presente in Piazza del Popolo un gazebo coi prodotti realizzati nel laboratorio della Cooperativa. Vi aspettiamo!!!

L’indennità di accompagnamento nel post-pandemia

L’opportunità del PNRR per una riforma storica

| 20 Aprile 2022

L’indennità di accompagnamento è un contributo monetario erogato ad individui portatori di invalidità totale (al 100%) e permanente, con esigenza di assistenza continua perché impossibilitati a deambulare o a svolgere in autonomia le attività fondamentali della vita quotidiana. La misura è stata introdotta nell’ordinamento italiano nel 1980, ed è rimasta sostanzialmente invariata fino ad oggi. Nel 1988 è stata estesa a tutte le età. Ogni anno la somma erogata ai beneficiari viene aggiornata in base al tasso di inflazione, e raggiunge oggi i 525 euro al mese, per dodici mensilità (che salgono a 947 nel caso di cecità assoluta).

L’indennità fu introdotta per sostenere l’autonomia delle persone disabili, in prevalenza adulti. Con l’invecchiamento della popolazione, l’indennità è stata via via “catturata” da persone non autosufficienti di età sempre più avanzata, sino a diventare oggi la misura più diffusa di tutela della non autosufficienza delle persone anziane esistente nel nostro paese. Nel 2018 il 70% degli attuali beneficiari era rappresentato da persone oltre i 65 anni di età.

Nonostante questo cambiamento radicale dell’utenza, il design istituzionale dell’indennità è rimasto uguale all’originale: un importo fisso, non graduato in base al bisogno delle persone, né al loro livello di reddito, e senza restrizioni nell’uso della somma assegnata. L’indennità quindi si è gradualmente estesa sino ad essere erogata all’11,5% della popolazione over 65: un tasso di copertura ben superiore a quello dell’assistenza domiciliare (2,4%) e a quello dei ricoveri in strutture residenziali (2,1%).

Nel tempo, questo assetto si è rivelato inadeguato ad affrontare i bisogni di cura di una quota crescente di anziani affetti da condizioni molto gravi di disabilità. Si pensi agli anziani con demenze, a quelli che richiedono aiuto per qualsiasi azione della vita quotidiana (come mangiare, lavarsi, e via dicendo), o che richiedono sorveglianza notturna. È infatti evidente che per queste persone l’erogazione di 525 euro al mese è un aiuto significativo, ma del tutto inadeguato a fronteggiare la necessità di un’assistenza per 24 ore al giorno, sette giorni alla settimana. L’assenza di un’offerta pubblica adeguata di servizi di cura rende stridente questo squilibrio del nostro sistema di long-term care verso le prestazioni monetarie. Infatti, l’indennità offre un compenso monetario ma a questo non si collega alcun servizio pubblico: l’organizzazione dell’assistenza resta totalmente a cura del beneficiario e dei suoi familiari. Spesso il bisogno assistenziale, anche per persone con difficoltà meno gravi, ha condotto ad assumere, anche senza un contratto regolare, un’assistente familiare privata (la cosiddetta “badante”), utilizzando a questo scopo anche le somme ricevute sotto forma di indennità (non di rado integrate da ulteriori provvidenze economiche, o assegni di cura, da parte di Comuni e Regioni). Accade così che un sussidio pubblico sia tanto largamente utilizzato da finire con l’espandere in modo ”strutturale” il mercato privato irregolare della cura.

Ci sarebbero quindi diversi validi motivi per una profonda riforma di questo istituto. Per dare innanzitutto maggiore equità al sistema, graduando l’indennità sulla base del bisogno e quindi garantendo importi più congrui ai soggetti con grave disabilità. Ma anche per dare la possibilità di ricorrere a servizi a chi, sfortunatamente, non può affidarsi a familiari. E infine, per dare condizioni sicure e regolari di lavoro agli assistenti familiari privati, e far emergere così finalmente dal mercato nero questa importante risorsa di cura.

Date queste criticità, come mai l’indennità di accompagnamento non è mai stata riformata finora? Le risposte sono plurime. Innanzitutto, bisogna dire che alcuni tentativi di riforma sono stati fatti. Il governo Berlusconi nel 2008 e la Commissione sulla spending review coordinata da Cottarelli nel 2014 formularono delle ipotesi di riforma. Senonché l’obiettivo, in entrambi i casi, era soprattutto quello di ridurre la spesa di un istituto di welfare che assorbiva già all’epoca una spesa annuale superiore a 10 miliardi di euro. Si giustificò questa idea sulla base del tentativo di combattere i “falsi invalidi”: un fenomeno senz’altro presente, ma utilizzato ad arte per giustificare, in realtà, un taglio della spesa. Non deve quindi sorprendere se la forte reazione di protesta da parte di sindacati, associazioni di invalidi e volontariato – protesi a difendere l’impostazione universalistica dell’indennità – ha condotto i promotori di queste iniziative ad una rapida ritirata. Anche successivamente, il timore di una riforma che indebolisse la tutela pubblica offerta dall’indennità ha condotto diversi soggetti a negare la possibilità di un’ipotesi di riordino.

Una seconda forma di resistenza è provenuta storicamente dal mondo della disabilità, dove la disponibilità di una somma senza restrizioni nell’uso, per quanto non elevata, è stata considerata come una tutela importante perché in grado di consentire una grande autonomia nell’organizzazione della vita quotidiana. In situazioni di maggiore necessità economica, l’indennità ha fornito comunque un importante sostegno complementare al reddito familiare. Anche in questo caso, si è sempre intravisto nella possibile riforma dell’indennità il pericolo di subire maggiori costrizioni, se non una riduzione, nel beneficio.

È probabile che la pandemia abbia cambiato in modo radicale questo scenario segnato dall’immobilità. La forte concentrazione di contagi e decessi da Covid-19 nei soggetti anziani fragili ha sollevato molti dubbi sulle effettive capacità di tutela del sistema esistente,   sollecitandone una revisione, e richiamato l’esigenza di rompere l’isolamento a cui molti anziani sono costretti, potenziando la rete dei servizi al fine di renderli capaci di sostenere la persona fragile nella globalità dei suoi bisogni sanitari, sociali ed economici. Questa nuova sensibilità ha trovato eco in due novità fondamentali: l’inserimento della riforma del sistema di long-term care tra le finalità vincolanti del PNRR; e la costruzione dal basso di una rete di soggetti e portatori di interessi, il Patto per un nuovo welfare sulla non autosufficienza  – che include associazioni di rappresentanza degli anziani, gestori di servizi, operatori sanitari e sociali ed esperti – che ha elaborato di recente una proposta complessiva di riordino del sistema. Ci sono quindi nuove ragioni e nuove motivazioni per la riforma.

Al tempo stesso, le resistenze precedenti sembrano meno fondate. Da un lato, oggi la sfida unanimemente riconosciuta è quella di espandere, e non ridurre, il sistema pubblico di tutela della non autosufficienza. Il PNRR indica chiaramente, tra le sue finalità, quella di una legge di riforma del sistema di long-term care per gli anziani, nella direzione di una tutela più ampia e più forte della non autosufficienza. Dopo quanto accaduto con la pandemia, nessuno in questo paese ha più l’ardire di affermare che la cura della popolazione non autosufficiente sia nel suo complesso troppo generosa e troppo esposta ad abusi (senza ovviamente negare l’importanza di controlli sugli eventuali “falsi invalidi”). Dall’altro, si è ampiamente riconosciuta la necessità di sviluppare una infrastruttura più ricca di servizi territoriali, e ciò ha consentito di porre in agenda l’espansione e l’intensificazione dei servizi territoriali e domiciliari. Più servizi, dunque, e costruzione di percorsi unificati che consentano ai più fragili di mettere insieme, secondo modalità flessibili e condivise, servizi, trasferimenti e caregiving informale. Di nuovo, l’agenda si arricchisce di un aspetto in più, e la sfida cruciale, rilanciata anche dalla proposta avanzata dalla rete del Patto, diventa quella di integrare tra loro i diversi strumenti che compongono il sistema di long-term care. Infine, la messa a terra del Reddito di cittadinanza offre finalmente una misura nazionale capace di rispondere, almeno parzialmente al rischio di povertà, riducendo la pressione ad utilizzare una misura finalizzata alla cura, come l’indennità, alla stregua di una forma sostitutiva o integrativa del reddito.

È in questo scenario che la riforma dell’indennità di accompagnamento, per la parte che riguarda la popolazione anziana, diventa oggi un obiettivo a portata di mano, grazie ad una inedita convergenza degli attori, una riduzione delle resistenze ai cambiamenti, e alla finestra di opportunità politica rappresentata dal processo richiesto dal PNRR. Tale riforma si inserisce nel quadro dell’accennata proposta di riordino complessivo del long-term care italiano avanzata dal Patto, che prevede una riorganizzazione del sistema intorno ad un punto unico di accesso e valutazione, l’istituzione di livelli essenziali di prestazione per i servizi domiciliari e residenziali, e prestazioni a favore dell’emersione delle assistenti familiari private.

Per cogliere questa opportunità e valorizzare il consenso che si è creato intorno a questa riforma, è necessario partire da alcuni principi fondamentali, che qui proviamo a riassumere, e che sono pienamente riconosciuti nella proposta di Legge-delega presentata dal Patto:

  • Universalismo: la riforma dell’indennità parte dalla conferma del suo carattere universalistico: essa costituisce una forma di tutela della non autosufficienza disponibile a tutti i cittadini italiani, indipendentemente dai mezzi economici;
  • Equità orizzontale: la nuova indennità (chiamata “prestazione sociale per la NA” nella proposta del Patto) prevede una graduazione delle prestazioni in base al bisogno di cura, senza riduzione dei benefici già previsti attualmente;
  • Nuove procedure unificate di valutazione del bisogno: si prevede una omogeneizzazione a livello nazionale ed una semplificazione delle procedure di domanda e valutazione del bisogno di cura, sulla base di strumenti standardizzati e trasparenti per il cittadino; riduzione delle trafile amministrative, passaggi chiari, entro tempi circoscritti, secondo criteri e modalità standardizzate e adottate su tutto il territorio nazionale;
  • Opzione servizi: la nuova prestazione può infine prevedere una opzione servizi a fianco di quella tradizionale del trasferimento monetario incondizionato; a fianco di questa possibilità, ne possono essere previste altre che consentano ai cittadini che ne necessitano, di poter convertire l’indennità in servizi domiciliari obbligatoriamente prestati dagli enti comunali e sanitari, oppure il ricorso all’assistente familiare privato in condizioni di regolarità contrattuale e tutela reciproca. Tale “opzione servizi” richiederà una valorizzazione economica dei servizi prestati chiaramente superiore, anche sino al doppio dell’importo, rispetto a quella del semplice trasferimento monetario.

Per riassumere, siamo forse entrati, finalmente, nell’epoca del disgelo per quanto riguarda l’indennità di accompagnamento e, più in generale, il nostro sistema nazionale di long-term care. Il tributo di morti e sofferenza determinato dalla pandemia può essere riscattato dotando il paese di un sistema aggiornato e moderno di tutela degli anziani fragili. È in questo quadro complessivo che l’indennità di accompagnamento potrà finalmente essere riformata, diventando a pieno titolo uno dei perni fondamentali del nuovo sistema. Questo può essere ottenuto, seguendo quanto proposto dal Patto, se la riforma dell’indennità sarà capace di arricchire questo strumento di nuove possibilità: moltiplicando le opzioni dei cittadini; restituendo più equità all’intero sistema attraverso una graduazione degli importi in base al bisogno; e consentendo, per chi lo preferisce, una conversione dell’indennità in servizi attraverso un premio supplementare, fatto salvo il diritto a fruire della forma tradizionale, in caso contrario. Tale misura, infine, non potrà più rimanere isolata e dovrà piuttosto integrarsi pienamente con le altre esistenti, allo scopo di promuovere quanto più possibile la possibilità di invecchiare a casa (ageing in place), in una condizione di piena tutela assistenziale e sanitaria. Lo dobbiamo agli anziani del nostro paese, ce lo chiede l’Europa.

Mi permetto di condividere questo scritto del Dott. Santoianni, Direttore della Casa di Riposo di San Vito al Tagliamento. Persona che stimo e con la quale mi sento a questo punto di condivide il pensiero. Anche se i numeri in Cooperativa sono diversi, medesime sono le problematiche che mi trovo giornalmente a dover gestire. Una Comunità di 14 ospiti con disabilità che vivono in struttura e una ventina di ospiti che prendono parte alle attività semiresidenziali. Una trentina gli operatori in Servizio, turni da gestire nelle 24h, malattie degli operatori e Servizi che devono essere erogati… Davvero troppo… Trovo che questo scritto dica esattamente quello che chiunque si trovi a dover gestire strutture complesse viva, in questo momento di pandemia, essendone responsabile. Grazie Alessandro  Mariarosa Toffolon, direttrice “IL GRANELLO”

“Gentilissimi residenti, famigliari, AdS/Tutori,

Anticipo subito l’oggetto della comunicazione. Stante le condizioni complessive della situazione epidemiologica ho deciso di sospendere le visite dal 3 al 16 gennaio 2022

In questa prima parte ne spiego le ragioni a chi fino ad oggi (e spero continui a farlo) ha dimostrato pazienza, collaborazione e ragionevolezza nel capire la condizione che stiamo attraversando (sempre diversa e ahimè non prevedibile) e, quindi, ha colto il senso, la logica e l’obiettivo finale che finora siamo riusciti a garantire e cioè la massima riduzione possibile del contagio che, ad oggi, non ha coinvolto alcun nostro residente dall’inverno scorso. 

Nella seconda, invece, mi rivolgo a chi fa fatica ancora a cogliere che questa pandemia continua a farci mettere sul piatto della bilancia diversi diritti (la salute collettiva contrapposta alla libertà individuale ad esempio) ed anche diverse esigenze (il benessere fisico e quello emotivo, altro esempio) e, quindi, mi costringe a riportare sul piano della legittimità giuridica le mie scelte. A questi (pochi per fortuna) citerò le disposizioni di legge che mi consentono un tanto. 

Come sapete, le ultime norme del Governo prevedono la possibilità di accesso per chi ha una condizione “rafforzata” (terza dose o seconda dose con tampone). Se ricordate la nostra Casa di Riposo già due mesi fa aveva previsto l’ingresso con la sola vaccinazione, quando era possibile avere anche solo il tampone. Segno che avevamo visto un po’ avanti…Oggi è del tutto evidente, non solo per letteratura scientifica, ma anche per esperienza quotidiana che anche con due dosi, soprattutto se sono trascorsi più di 4-5 mesi, il contagio è comunque possibile. Da qui le continue riduzioni dei tempi per la somministrazione della terza dose. E ahimè anche la terza dose inizia a dimostrarsi non sufficiente di fronte alla nuova variante. Sappiamo benissimo che nessuna vaccinazione dà il 100% di garanzia di difesa dal contagio e che, invece, difende benissimo (e i numeri lo dimostrano) da sintomi preoccupanti che determinano ricoveri o peggio. 

Per la nostra Casa di Riposo il problema è che anche un solo contagio tra i residenti determina una fibrillazione organizzativa totale (isolamento, utilizzo rafforzato di DPI, chiusura degli accoglimenti, ecc) oltre che l’immediata chiusura delle stesse visite. Sinceramente siamo molto sotto pressione e molto stanchi e se possibile vorremmo evitare di rivivere tutto questo. All’esterno i numeri sono previsti in decisa crescita (150.000 contagio al giorno…) e già la diffusione nelle scuole ci ha indirettamente coinvolti. Dobbiamo limitare il più possibile i “fronti” aperti e tentare di arginare le occasioni di contatto fino a che non avremo i segnali di discesa pronunciata della curva epidemiologica. 

E veniamo alle giustificazioni formali. 
L’art. 1 bis del DL 1 aprile 2021 n. 44 dispone il ripristino dell’accesso di familiari e visitatori, muniti delle certificazioni verdi COVID-19, secondo le Linee Guida definite con l’Ordinanza del Ministro della salute 8 maggio 2021. 
Ebbene, dette Linee Guida prevedono, tra le altre cose (vado in sintesi) che “la programmazione delle visite deve considerare le condizioni dell’ospite e del visitatore nonché le caratteristiche logistiche della struttura stessa e le mutabili condizioni epidemiologiche (proprie della struttura e del suo territorio di ubicazione e del territorio di provenienza del visitatore). Aggiunge, inoltre che, “devono essere favoriti nella massima sicurezza possibile gli accessi di familiari, parenti ecc. tenuto conto di diverse motivate indicazioni della Direzione Sanitaria (ovvero del referente medico/referente Covid19 della struttura/altra figura di riferimento in base alla specifica 
organizzazione regionale) che è comunque tenuta ad adottare le misure necessarie a prevenire possibile trasmissione di infezione da Sars Cov 2. 
Che le condizioni epidemiologiche non siano quelle dello scorso maggio (8 maggio 2021 FVG nuovi casi positivi: 68 – 29 dicembre 2021 nuovi casi positivi: 1.817 casi fonte: www.regionefvg.it) e che sia ora necessario prevenire il più possibile la trasmissione dell’infezione mi pare piuttosto evidente e indiscutibile. 
Pertanto, quale Responsabile della Struttura e referente Covid19 ritengo che la misura adottata circa la temporanea sospensione delle visite sia pienamente coerente con le disposizioni di legge citate. 

Nel periodo di sospensione delle visite il contatto con i Vostri famigliari/Ads/Tutori sarà garantito attraverso la videochiamata, che avrà frequenza settimanale secondo le oramai note modalità. 

Come sempre Vi prego di rivolgere a me direttamente eventuali Vostre comunicazioni e/o ulteriori chiarimenti, sollevando Coordinatori, animatori, educatori, operatori da richieste riconducibili alle mie sole responsabilità. 

Un cordiale saluto e l’augurio a tutti noi che il 2022 ci riservi davvero giorni migliori. “

dott. Alessandro Santoianni 
direttore generale

La disabilità: dall’esclusione all’inclusione

Il concetto di disabilità e la visione della società sono cambiati con il trascorrere del tempo. Oggi approfondiremo i cambiamenti che hanno interessato questi concetti.

La disabilità: dall'esclusione all'inclusione

Sebbene i termini di cui parleremo oggi facciano parte del linguaggio di tutti i giorni, talvolta li usiamo impropriamente o con poca precisione. Negli anni, il concetto di disabilità è cambiato. 

I progressi in ambito sociale hanno permesso di contestualizzare e di dare visibilità alle persone diversamente abili. Quindi, oggi vogliamo parlare dell’evoluzione che ha vissuto il concetto di disabilità.

La disabilità non è un concetto definito, varia e dipende dai limiti funzionali della persona e dal supporto disponibile nel suo contesto di appartenenza.

Inoltre, è il risultato dell’interazione della persona con il suo ambiente. Tali limiti funzionali si riducono proporzionalmente all’aumento degli interventi finalizzati al comportamento adattivo (Badia, 2014).

“La disabilità pone dei limiti all’essere umano, aprendo davanti a lui un nuovo mondo di possibilità”.

-Italo Violo-

Persona mano nella mano e disabilità

Evoluzione del termine “disabilità”

In tal senso, possiamo fare una distinzione secondo la classificazione dell’OMS e del CIF (Classificazione Internazionale del Funzionamento). Così come possiamo menzionare l’origine del concetto “diversità funzionale”.

Organizzazione Mondiale della Salute (OMS)

L’OMS definiva la disabilità, intorno al 1980, come una malattia o un disturbo, e proponeva tre livelli:

  • Deficit. Conseguenze permanenti delle malattie e incidenti a livello fisico, fisiologico o organico.
  • Disabilità. Restrizioni all’attività di un individuo, dovute a un qualsivoglia deficit.
  • Invalidità. Situazioni di svantaggio, derivate da deficit o disabilità che limitano o impediscono la partecipazione o lo svolgimento di ruolo sociali a livelli considerati come normali.

Classificazione Internazionale del Funzionamento, della Disabilità e della Salute

Dopo diversi anni, nel 2001, il CIF proponeva quanto segue:

  • Che la definizione abbracciasse tutti gli aspetti della salute e altri di una certa importanza per il benessere.
  • Eliminò termini come deficit o invalidità, così come la connessione tra deficit-disabilità-invalidità.
  • Proponeva la definizione di disabilità come una condizione di salute – ovvero una malattia o un disturbo – che presupponeva un problema alle funzioni e alle strutture (deficit), nelle attività (limiti) e/o nella partecipazione (restrizione) condizionato anche dal contesto ambientale o personale.

Infine, nel 2005, emerse il concetto di “diversamente abile”, promosso dal movimento per la Vita Indipendente. Come sostengono Rodriguez e Ferreria (2010), questo concetto ha lo scopo di eliminare gli aggettivi negativi tradizionalmente applicati alle persone con disabilità.

In questo modo, si cerca di elaborare una classificazione che non si concentra sul deficit, ma che anzi segnala uno sviluppo quotidiano, una funzionalità diversa da ciò che viene considerato usuale.

Bisogna segnalare che nel 2017 il CERMI aveva raccomandato di usare l’espressione “persone con disabilità” evitando quella di “persone diversamente abili”.

Sosteneva che “la grandissima parte delle persone con disabilità e del movimento sociale che le riguarda rifiutano l’utilizzo dell’espressione ‘diversamente abili’ per non sentirsi identificati con un lessico privo di legittimità o di ampio consenso sociale”.

Giovane sulla sedia a rotelle

Dall’esclusione all’inclusione

Si potrebbe dire che esistono diversi modi di affrontare la disabilità o diversità di abilità. Tra questi troviamo:

  • L’inclusione. Promuove l’autodeterminazione e la partecipazione sociale delle persone. Secondo il CILSA (Comitato Argentino per i diritti delle persone con disabilità), questo modello si basa sul fatto che la società debba dare pari opportunità a tutti. Vale a dire che è responsabilità dell’intera società far sì che tutte le persone possano vivere e crescere con pari opportunità. Se la società non pone barriere e promuove l’interazione tra i vari contesti, lo sviluppo e l’eguaglianza dovrebbero manifestarsi a pieno.
  • Integrazione. Questo modello parla delle abilità diverse o dei bisogni specifici. Vale a dire, si “accettano” le persone, ma si prende in considerazione la loro diversità o il fatto che presentano qualcosa che non rientra nel concetto di “normale”. Fanno parte della società, ma potremmo dire che gli spazi vengono adattati alle loro necessità, per cui non si ottiene una piena inclusione.

Infine…

  • Segregazione. Da questo punto di vista, le persone con disabilità vengono considerate soggetti bisognosi di attenzioni o di contesti specifici. Questo modello discrimina le persone e viola i loro diritti. Non vengono nemmeno considerati parte della società, semplicemente la affiancano.
  • Esclusione. In questo modello vige l’idea che ci siano persone “normali” e altre che non lo sono. Di conseguenza, le persone con disabilità restano escluse dalla società e non sembra esistere possibilità alcuna per loro di fare parte della società.

Grazie ai progressi degli ultimi anni, siamo sempre più vicini all’ottenimento di una piena inclusione. Ricordiamo l’importanza che ha una buona educazione per capire e comprendere che tutti noi abbiamo gli stessi diritti e che, prima di tutto, siamo persone.

In occasione della giornata di domani 8 settembre, festa del patrono, il Laboratorio Nonsoloregali sarà aperto dalle ore 9.00 alle ore 12.00 e dalle ore 15.00 alle ore 18.00. Passa da noi a visionare i nuovi prodotti!

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!!!Riapertura di nonsoloregali!!!

Da Settembre, gli orari di Nonsoloregali e dei nostri Laboratori creativi, sarà aperto al pubblico con il seguente orario:

da lunedì a venerdì, dalle ore 15,00 alle ore 18.00;

il sabato dalle ore 9.00 alle ore 12.00.

Se con appuntamento, riusciamo a dedicarci a voi con più tempo.

Potete già chiamare per appuntamenti o scrivere allo 333 182 0759!

A presto!